Identità

 

Mi chiedo cosa pensassi quando, neanche 10 anni, risposi a mia mamma, che confidava nelle mie capacità e mi incoraggiava a diventare qualcuno: “Ma io sono già qualcuno”.

Cosa avevo in mente, esattamente? E cos’ha in mente esattamente la gente che sa chi è con naturale, scontata consapevolezza, e lo realizza ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi cose?

Di certo, il recupero della propria identità, se qualcosa o una serie di cose l’ha spezzata, passa per l’ammissione che le capacità non devono essere perfette e infrangibili per essere qualcosa di eccezionale, e il pensarle eccezionali taglia loro le gambe o, forse, l’eccezionalità di certe capacità la si realizza solo quando si ammette, in compresenza contrastante, la loro non eccezionalità.

Forse semplicemente la propria identità torna naturale e ricomposta quando si mandano affanculo gli autopensieri.

Non devo niente a nessuno, se non rapportarmi a quello sguardo che si aspetta di poter far tutto e non sa che ogni cosa può spezzarsi – gli devo tentativi e coraggio, ma non sottomissione: quello sguardo deve crescere verso l’unico tipo di vittoria possibile, quella che lo è non “nonostante” il dolore e il fallimento, ma proprio per il dolore, il fallimento, le incapacità, i “talloni d’achille” e il vuoto.

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