Hit the rich – in Glasgow and everywhere

Mi sono imbattuta in questo articolo sulla situazione socio-economica di Glasgow, la capitale della Scozia considerata, pare una ca**ata ma dato l’argomento è quasi un dovere anticiparlo, città natale di Paperon de’ Paperoni. Mi ha interessato molto, quindi ho deciso di partire dagli spunti dell’articolo per ampliare un po’ lo sguardo.

Prima di tutto, ho trovato molti dati e considerazioni esposti nel pezzo davvero impressionanti, e ne traduco alcuni:

Nell’agosto 2008 l’OMS ha pubblicato un’inchiesta nella quale rileva che la differenza di speranza di vita media fra un bambino nato in un quartiere ricco di Glasgow e uno messo al mondo in un quartiere povero della stessa città tocca i 28 anni […].

Quattro anni più tardi, il riscontro è ancora più cupo. Le diseguaglianze sono esplose nel Regno Unito con l’applicazione metodica del più grande piano di austerità in Europa, che ammonta a 110 miliardi di euro. Un piano acclamato dagli editorialisti europei sotto l’appellativo di “miracolo inglese”.

Il primo ministro David Cameron raccomanda lo “snellimento dello Stato” non più come meccanismo eccezionale, ma come modalità di governo permanente.

Lo scorso marzo, uno studio di Oxford svelava che le cinque famiglie più ricche dell’U.K. possedevano una ricchezza pari ai dodici milioni di soggetti britannici più poveri.

Ma cosa ne pensano loro, le famiglie più ricche? Il giornalista Julien Brygo si appresta ad incontrarne qualche degno rappresentante al Glasgow Art Club, dove il Rotary Club più antico di Scozia si riunisce in alcune occasioni. Che città è Glasgow, come ci si vive, perché c’è tanta disparità sociale? Le risposte sono davvero edificanti:

“Sono soprattutto gli immigrati irlandesi che hanno fatto abbassare le statistiche. Ma su, non è così grave la situazione. Restano alcune sacche di povertà, per il resto Glasgow è davvero una città vibrante, con dei musei fantastici, dei concerti straordinari, persone eccezionali!” 

E pensare che questo Premio Nobel vivrà in media 82 anni, mentre il suo giardiniere messicano solo 54. Ecco cosa ne pensa un altro filantropo:

“Perché c’è una tale differenza di speranza di vita fra ricchi e poveri nella nostra città? E’ perché i poveri mangiano male, ed ereditano le cattive abitudini dei loro genitori. A causa dell’educazione”. 

Mi sono sempre chiesta se qualcuno, fra questi affaristi dal cuore d’oro, sia a suo modo sincero, se qualcuno creda a ciò che dice – ma poi, sempre, concludo che in fondo è la stessa cosa: il concetto di povertà, di diseguaglianza, di società che hanno è il medesimo, sia che consapevolmente usino la carità per mantenere lo stato di cose per fottere meglio le classi inferiori, sia che pensino di aiutarle, di offrire il meglio possibile – il meglio per quelle classi sociali, che devono restare tali. Nessun ricco è incolpevole, perché per essere ricco e rimanerlo non puoi non avere un retroterra di pensiero, di visione del mondo totalmente ingiusto, spietato e perverso. Sia o meno ammantato di buone intenzioni, siano o meno ammantate, le buone intenzioni, di ulteriore brama di potere e guadagno.

Per nascondere il dato del classismo oppressore, connaturato alla natura stessa della ricchezza concentrata nelle mani dei pochi ricchi di Glasgow, la città è stata rivoltata come un calzino e trasformata, da città operaia, portuale e industriale, a città di alta cultura. A questa operazione non poteva non seguire il fenomeno, ormai all’ultimo stadio di “sviluppo” in molti centri medi e grandi d’Europa, della gentrificazione. Lo slogan della città “Glasgow, Scotland with stile” ha equivalso ad una cacciata dal centro della città dei meno abbienti; certo è un “progetto” di lunga data, se è vero che dal 1960, anno in cui vennero avviate le prime opere di “riqualificazione” della città, la popolazione è passata da più di 1.100.000 abitanti a nemmeno 600.000.

Ecco come analizza il processo Bridget Fowler, sociologa presso l’universita di Glasgow:

“I poveri sono stati relegati nelle periferie, e le migliaia di alloggi sociali venduti ai privati per gentile concessione di Margaret Thatcher. La “cappuccinoïsation” di Glasgow, proccesso cugino della gentrification, poteva finalmente cominciare”.

Città della cultura nel 1990, lodata dalla stampa europea per i suoi progressi economici e artistici, ci si dimentica quasi che Glasgow sia anche ai primi posti nel Regno Unito per cancro ai polmoni, tasso di disoccupazione o morti per overdose. Insomma, a Glasgow ci sono 7 campi da tennis e 1358 camere di lusso in hotel a cinque stelle; è chiaro che tipo di turisti o di futuri cittadini si vogliano attirare a Glasgow – e quali si vogliano tenere ben lontani: nell’hinterland o, se proprio non si riesce a spingerli fuori, nei quartieri della città irrimediabilmente degradati.

Ma come ci si può sentire in pace con se stessi, quando a due passi da te la gente scivola nella miseria? Beh, questione di prospettive, c’insegna il multimilionario M. Haughy:

“Torno adesso dall’India e vi posso dire che chi abita le zone est di Glasgow se la passa bene in rapporto agli indiani. E i poveri di Glasgow sono ricchi rispetto agli abitanti del Malawi! Non ci sono né carestie né problemi sanitari in quei quartieri. Non è la povertà che spiega queste statistiche negative, né motivazioni sociali”.

Appunto, questione di prospettive. Ecco quella di William:

“Sono cresciuto con la disoccupazione. Non ho mai conosciuto mio padre, e mia madre è senza lavoro”, spiega William, che rinuncia infine a consegnare il suo curriculum nei negozi per dare il via ad uno dei suoi pomeriggi abituali con Kevin, 18 anni, padre di due bambini: due whisky-cola e quattro pinte di birra, dopo le quali i camerieri rifiutano di servirli; poi delle compresse di valium, mescolate a del sidro acquistato in un negozio di alimentari. Le cicatrici sul suo corpo? “Degli scontri con le altre gang. Qui, a Glasgow, tutti hanno un coltello, e ci si batte”.

Micheal invece chiede al giornalista:

“Pensa che siamo cattivi? Perché tutti ci stigmatizzano […]”. Quando evoco M. Haughey, di cui conosce il nome perché era il vecchio presidente della squadra di calcio dei Celtics di Glagsow, Michael scatta sulla sedia: “Eccolo, un vero gangster!”

Glasgow è una città con un forte passato operaio e di lotta. Scopro che la classe operaia scozzese, nel XVIII secolo, era particolarmente compatta, istruita e tenace e lo rimasea lungo. Naturalmente il governo britannico non se ne stava con le mani in mano: nel 1919 scoppiò il cosiddetto “sciopero delle 40 ore” (per la riduzione dell’orario lavorativo settimanale da 54 a 40 ore) e il governo, temendo che l’intensità delle proteste degenerasse in una vera rivoluzione bolscevica, mandò carroarmati, reparti muniti di mitragliatrici e persino un obice, a dar man forte alla polizia; miracolosamente non ci furono morti, ma alcuni feriti.

Glasgow_Riots_1919_by_chromic93

L’anima socialista di Glasgow e della parte occidentale della Scozia era tanto forte e riconosciuta che la regione prese il nome di “Red Clydeside” (il Clydeside è la zona della Scozia attorno al fiume Clyde), e il sentire comune inglese riconosce agli scozzesi un “innato” senso della giustizia sociale, della libertà, dell’uguaglianza.

Eppure oggi l ‘”apartheid sociale” perdura in un clima di apatia – una calma ancora più assordante, nel contesto di una generale esplosione di riots nelle altre città inglesi. Dove sono finiti la coscienza, l’odio, la lotta di classe?

In questo articolo uscito sul Guardian, la giornalista sostiene che i motivi siano molti: dall’elevatissimo tasso di alcolismo e abuso di droga, che assopirebbe qualsiasi slancio di ribellione, alla stessa conformazione di Glasgow (e di altre città scozzesi). Mentre a Londra, infatti, i ceti agiati e quelli indigenti vivono guancia a guancia, a Glasgow i poveri abitano in “quartieri ghetto”, lontani dagli affaccendati magnati cittadini. La giornalista sembra sostenere anche una tesi: l’azione de-politicizzante del governo inglese, che tratta qualsiasi atto di ribellione come un problema di ordine pubblico derivante da devianza criminale, e non da esigenze e differenti aspirazioni sociali e politiche, potrebbe aver finito per convincere gli stessi ceti sociali bassi. Negli ultimi decenni, infatti, a Glasgow si è sviluppato il preoccupante fenomeno delle gang giovanili; nella città ne esisterebbero tra le 150 e le 250, le quali spesso si fanno guerra fra loro, si odiano a vicenda più di quanto non odino la polizia. Insomma, il panorama è ben diverso da quello dei riots londinesi, con centri sociali e gruppi antagonisti anche ben organizzati e profondamente politicizzati.

[en passant: i commenti all’articolo di Marianne Taylor sono interessanti: da chi scrive che a Glasgow è semplicemente tutto troppo bagnato per dargli fuoco a chi dimostra di conoscere poco i dati, affermando che a Glasgow vi sia meno disparità sociale che a Londra o Manchester; serpeggia anche una certa malignità antiscozzese, che tratteggia i giovani di Glasgow come ubriaconi fortunati che dormono fra due guanciali e pagano basse tasse universitarie, a causa del margine di autogoverno concesso alla Scozia; molti avanzano che un certo arricchimento di una parte della popolazione, e gli stessi passi avanti verso una qualche forma d’indipendenza della Scozia, stiano illudendo gli abitanti di Glasgow, spingendoli in un certo senso a stare calmi in attesa di vedere che piega prenderanno le cose).

In ogni caso, i ceti poveri non si sono certo dimenticati delle disuguaglianze socio-economico – come avrebbero potuto? Secondo Paul Littlewood, sociologo in pensione, questa terrificante “pace sociale” è uno degli effetti di trent’anni di intenso lavorio da parte delle classi dominanti, che hanno insistito a riformulare e depotenziare le tensioni sociali:

“Il rifiuto dei ricchi di lasciarsi studiare, così come la negazione del concetto di classe alla fine degli anni ’80, spiegano perché nessun sociologo abbia mai lavorato sui ricchi di Glasgow”

La morale, insomma, è abbastanza chiara: per vivere ricchi in mezzo ai poveri basta tagliare con una mano e donare (poco) con l’altra. Brygo, il giornalista autore del bel pezzo, conclude chiedendosi se la ricetta continuerà ad essere applicata, e sempre più decisamente, anche a livello nazionale. Non è difficile credere di sì, visto che su 24 membri del “Gabinetto austerity” del governo britannico, 18 sono miliardari.

E alla fine mi viene in mente il bel film di Ken Loach, “La parte degli angeli”, ambientato proprio a Glasgow – ecco cosa sono i filantropi miliardari, i miglioristi e gli appassionati della conciliazione: sono degli assaggiatori di wiskey ispirati, magari pure “progressisti” o “socialisti”, molto felici di cedere del proprio nettare il 2%, the angels’ share, in cambio di tanta, tanta riconoscenza e tranquillità. Affinché nulla cambi.

 “Se credi nel mercato e nella deregulation sei di destra, se credi nell’economia pianificata e nella proprietà comune sei di sinistra. Chi rimane al centro della strada di solito viene investito” [K. Loach].

the-angels-share

 

PS, aggiornamento: ho rintracciato un “video fotografico” realizzato dal giornalista citato, probabilmente preparato insieme all’articolo su Glasgow. Riporta alcune delle interviste che ho inserito qui, ma ne aggiunge altre. Alcune foto sono decisamente esplicative: potete vederlo qui.

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