Come sopravvivere senza un antropologo sottomano

Domenica 30 marzo a Cross-Point, associazione culturale di Brescia, abbiamo avuto ospite Marco Aime, scrittore e antropologo di grande esperienza e di ancor più grande gentilezza e disponibilità.

Marco ci ha dedicato un bel pomeriggio, accomodandosi sul nostro ormai celebre divano rosso e aprendo una discussione tanto “familiare” e informale quanto approfondita e interessante.

Ho pensato di raccogliere in questo articolo alcuni focus che sono emersi non solo dalla trattazione di Marco Aime, ma anche dalle domande, dalle critiche e dalle riflessioni arrivate dagli ascoltatori, molto partecipi e incuriositi – en passant, ho notato che la presenza migrante alle iniziative più culturali di Cross si sta rafforzando sempre più: ne siamo molto felici, perché questo è lo scopo e il mezzo di Cross-Point ed è grazie ai migranti che la discussione acquista dimensioni e spessore.

Trovo che alcune di queste considerazioni siano indispensabili, e c’è tutta una serie di nuclei concettuali che, nella comunicazione quotidiana a maglie soffocanti che subiamo, fatica a trovare spazio. Insomma, se non avete sottomano un antropologo, credo sia utilissimo prendere nota: sono chiavi di lettura, punti di vista sulla realtà che difficilmente troverete altrove – intendo, fuori da ambiti così multidisciplinari come l’antropologia.

Aime ci ricorda anzitutto che è stata la nascita degli Stati moderni a dare una spinta istituzionale alle pulsioni razziste più generiche del passato. Noi oggi parliamo di naturalizzazione quando concediamo ad un migrante la cittadinanza italiana, come se l’identità nazionale fosse naturale, come se senza di essa l’uomo non fosse pensabile. Al contrario, nelle nazioni non c’è nulla di naturale: le nazioni sono ovviamente un prodotto storico. Infatti, anche al giorno d’oggi esistono forme di società non statali, e spesso una forma di organizzazione meno rigida comporta una minor polarizzazione fra cittadino (o appartenente alla comunità) portatore di diritti e non cittadino (o esterno alla comunità) escluso da diritti. E’ importante allora non abbandonarsi alla pigrizia e all’abituine, non permettersi di pensare: le cose non possono che essere così, i confini, i documenti, le distinzioni ci sono perché è ovvio sia così.

Aime scrive:

Siamo dei fondamentalisti culturali, per i quali c’è un solo modo di vivere e di pensare. Tutto il resto è da cacciare. Parliamo di scontro di culture, ma in realtà siamo noi che alimentiamo la cultura dello scontro.

Ma questa affermazione può essere intesa anche in senso politico, ossia: anche partendo da un’analisi antropologica del nostro mondo, si arriva alla conclusione che il capitalismo ha bisogno del razzismo, del pensiero unico, dello scontro di culture? Aime afferma non solo che è così, ma che c’è stata una fortissima regressione negli ultimi decenni, in Italia e in Europa. In un certo senso, il peggioramento della questione razzista si è avuto con il superamento del razzismo biologico. Il razzismo novecentesco, infatti, si basava sulla convinzione che la differente genetica dei popoli, delle cosiddette razze, producesse le differenze culturali; in questo senso, l’appartenenza culturale era un dato indubitabile e inalterabile. Al giorno d’oggi il razzismo “di razza”,anche a seguito delle tragedie novecentesche, è divenuto un tabù inaccettabile per gran parte della società – spesso, senza che la questione sia veramente stata compresa, elaborata e interiorizzata; in conseguenza di ciò si è avuto uno spostamento del discorso razzista dalla razza alla cultura, che però è concepita allo stesso modo della razza, biologicamente: la cultura precede, informa e inquadra tutti gli individui alla stessa maniera, con la stessa intensità e forza, in modo inalterabile. Una specie di condanna! Al contrario, tutte le culture di per sé sono multiculturali, ma soprattutto gli esseri umani non sono solo oggetti, ma anche soggetti creatori di cultura, innovatori, incrociatori di cultura – con le proprie volontà, i propri sentimenti, le proprie esistenze.

Il razzismo culturale, però, non ci piace quando noi italiani, da dispensatori, ne diventiamo vittime:

Siamo arrivati all’etnicizzazione del crimine, al tribalismo giuridico. Eppure ci siamo indignati, noi italiani, quando il tribunale tedesco di Buckeburg ha emesso una sentenza nella quale si concedevano a un giovane sardo che aveva picchiato, violentato e seviziato la ex fidanzata, le attenuanti, perché occorreva tener conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato.

Insomma, ci offendiamo che un comportamento negativo venga da altri ascritto a una presunta impronta etnico-culturale italiana, ma è ciò che quotidianamente facciamo nei confronti degli stranieri. E’ interessante notare come anche qui il razzismo venga ammantato di cultura, ma sia fondamentalmente razziale: la cultura italiana sarebbe un dato tanto innato da divenire un’attenuante giuridica!

Per superare questo determinismo assurdo per cui una cultura marchia indistintamente tutti i suoi figli, è utile ricordare prima di tutto che le differenze culturali esistono, ma non sono né insuperabili né forzatamente negative.

Aime sottolinea come l’idea di difendere la cultura, di chiudere e preservare la propria cultura, sia del tutto antistorica: tutta la storia dell’umanità è fatta di incroci e anche di scontri di culture, e di migrazioni. Se non avessimo i piedi, ricordano infatti i paleontologi, saremmo ancora tutti fissi in un angolo dell’Etiopia. Emblematica in proposito, anche se ad un primo pensiero appare quasi demenziale, è la difficoltà riscontrata dagli scienziati nazisti quando dovettero classificare i mischling, i figli meticci di ebrei e tedeschi, e chiedersi: salvare un ebreo o condannare un tedesco? La deviata e perversa idea di purezza dei nazisti sbatte letteralmente la faccia contro la realtà, che è ed è sempre stata meticcia. 

La preoccupazione di dover proteggere la propria cultura deriva spesso dalla convinzione della superiorità e dell’assoluta autarchia della propria; a questo proposito, Aime ricorda l’aneddoto del professore americano che chiese ai propri studenti che percentuale di oggetti ritenevano fossero stati inventati negli USA, e si sentì rispondere “il 60%”, “il 70%” o “l’80%” – al che segue la nota enumerazione, con l’origine indiana del cotone, l’invenzione gallica del sapone, quella cinese della ceramica, e ancora l’origine abissina del caffé o quella centramericana del caffé, per concludere con

l’americano che, leggendo le notizie stampate su un materiale inventato in Cina, ma con procedimento inventato in Germania, a seconda delle notizie ringrazia o maledice un dio ebreo di averlo fatto americano al cento per cento.

Che l’incontro con l’altro sia complesso, ci ricorda poi Aime, non toglie che proprio lo scambio, il confronto e anche lo scontro siano stati gli indubbi motori delle grandi fioriture culturali e scientifiche della storia. E’ con molta superficialità che la maggior parte di noi pensa all’origine della civiltà occidentale, identificandola, come c’è stato insegnato, nell’aulica, classica fonte greca. Ma cos’era quella Grecia che con la sua filosofia, le sue riflessioni sulle forme di governo, la letteratura e le scoperte scientifiche ha dato un’impronta indelebile a tutto il nostro mondo? Basterebbe guardare dove sta geograficamente, la Grecia: in un incredibile crocevia fra Balcani, Europa, Medio Oriente e mondo arabo! La civiltà greca, ci tiene a dirlo così Marco Aime, “era quanto di più bastardo potesse esserci” e i greci hanno avuto il merito di saper sintetizzare le migliori idee delle culture con cui vennero in contatto. E non è un caso che i centri culturali si spostino: Atene, Roma, Firenze, Parigi, Londra per arrivare a New York oggi, Pechino domani.

Ne “La macchia della razza” Aime, rivolgendosi al piccolo rom e ricordando la famosa poesia di Kavafis Aspettando i barbari, esplicitamente dice: “Sei una soluzione, Dragan”. La nostra società ha un estremo, viscerale bisogno degli stranieri, e su mille piani diversi: economico, politico, ma anche psicologico. Noi siamo bianchi, noi siamo civili solo se esistono i neri, solo se possiamo considerare inferiore la loro cultura. Addirittura, noi non esistiamo, senza di loro – cosa determina la fantomatica identità italiana, se non la (maggiore) diversità rispetto ad altri popoli? Insomma, parafrasando Voltaire, se non esistessero gli stranieri bisognerebbe inventarli.

Ma il problema razziale non risparmia nessun ambito e da tutti trae forza: che dire infatti delle inesattezze linguistiche e terminologiche, che deformano la realtà e s’impongono come mezzi unici per l’elaborazione di qualsiasi questione relativa all’immigrazione? Perché in Italia si parla di etnia peruviana, come se il Perù non fosse uno Stato, ma una tribù, e non si parla di etnia piemontese? L’uso dei termini in senso scorretto ha spesso intento “malizioso”: “rumeno violenta una donna in un parco” campeggia, come titolo di giornale, affianco a “studentessa violentata fuori da scuola”, senza precisare che gli stupratori erano tutti trentini. In questo ambito l’Italia fa peggio di molti altri Paesi europei, nella maggioranza dei quali vigono, ad esempio, leggi che impediscono di indicare nelle notizie l’origine etnica delle persone coinvolte, per evitare fuorvianti equazioni come origine etnico/culturale = devianza. Questo non risolve tutti i problemi, certamente, ma è quantomeno un inizio per riportare il discorso in un terreno di oggettività.

Un inizio molto importante, se si pensa anche all’uso di termini quali “tolleranza” e “integrazione” riguardo alle questioni dell’immigrazione: cosa significa tollerare? Significa che la persona tollerata è molesta, inferiore e che io, paziente e magnanimo, le concedo nonostante questo diritto di esistenza – e in qualsiasi momento sono moralmente legittimato a smettere di tollerarla, perché sta a quella persona, in difetto e “fuori posto”, guadagnarsi la mia accettazione.

Il termine integrazione, poi, coinvolge ancora più ambiti. Anzitutto, e durante la serata con Marco Aime si è aperta un’ampia parentesi in proposito che per ragioni di spazio devo tralasciare, ci si dovrebbe chiedere: integrare rispetto a chi? A un “noi” quantomai evanescente, imprendibile nel caso dell’Italia? Noi cosa siamo, chi siamo? Siamo cattolici, casinisti, passionali, insomma la macchietta degli italiani brava gente (un “pregiudizio al contrario” antistorico e demenziale)? E’ chiaro che tra me e Bossi c’è una bella differenza – a chi deve integrarsi il migrante che arriva in Italia, a me o a Bossi? Il tutto diventa paradossale, perché è praticamente sicuro che io e qualsiasi migrante preso a caso sul suolo italiano abbiamo in comune molto più di quanto non condividiamo io e Bossi. Inoltre, il concetto di integrazione va via via scivolando verso quello di assimilazione – detta modello, in questo senso, la Francia, in cui in nome di una francesità quasi confessionale si vietano i simboli religiosi personali nelle scuole, come se la manifestazione di una diversità fosse di per sé minacciosa; il messaggio in sostanza è: “La Francia è questo e per farne parte devi diventare questo” (semplifico, per forza di cose). E non è certo un caso che si parli sempre di integrazione sul piano culturale o dei doveri, e mai di integrazione nei diritti. E’ impressionante rendersi conto di come le maggiori differenze fra un italiano ed un ghanese oggi non siano assolutamente quelle prodotte dalla cultura, ma quelle prodotte dalle leggi. E mi sembra evidente che questa divaricazione non può che avviare un circolo vizioso: emarginati, perseguitati, rinchiusi, vessati, sfruttati, respinti e richiamati, ricattati, ingannati, appesi al filo di leggi-truffa e guazzabugli burocratico-infernali, i migranti non potranno che diventare sempre più “altri da noi”.

Il lessico appropriato, le basi culturali, storiche che la scuola deve costruire, le esperienze e i confronti offerti da associazioni come Cross-point sono ciò che permette invece di crearsi un bagaglio utile di strumenti, una sorta di rete interattiva nella quale collocare i singoli fatti. Questa riflessione è sorta quando Aime ha fatto riferimento a realtà italiane, ad esempio nel trevigiano, in cui esiste l’incontro fattuale, esiste persino una certa integrazione, ma non si va oltre nella strada della convivenza – prova ne siano le percentuali di voto che Lega Nord si accaparrava nelle zone attorno a Treviso. Molti italiani, spesso, concedono allo straniero di loro conoscenza una specie di patente d’eccezione: lo straniero onesto, quello in gamba, il lavoratore. Perché non si riesce a passare dalla continua emissione di eccezioni ad una sospensione di giudizio generale, ad una rimessa in discussione di puntelli e pregiudizi insostenibili? A mio parere il buco sta negli strumenti, nel retroterra di riflessioni, conoscenze e esperienze che la società, la scuola, i mezzi d’informazione dovrebbero mettere a disposizione; senza queste reti, per molti la generalizzazione del beneficio del dubbio a tutti (stranieri, ma anche altre “categorie” di emarginati) resta un salto nel vuoto improponibile.

Poco prima della chiusura (alle venti inoltrate, e con gli stomaci che muggivano in attesa del buffet…) è riemerso il lato più politico del discorso sul razzismo. Già da tempo, a Cross-point, analizziamo questo punto e le posizioni, come sempre, sono molto variegate. Ad esempio, nella serata con Aime è riaffiorava spesso la centralità della scuola come fucina di mezzi per affrontare i nodi del mondo che ci circonda – su questo, è chiaro, tutti siamo d’accordo; tuttavia, è stato sottolineato come se anche a scuola, nel migliore dei casi, siamo tutti uguali, fuori torniamo ad essere diversi, divisi non solo in bianchi e neri, ma (forse soprattutto) fra ricchi e poveri. Il razzismo in questo senso si delinea come prodotto necessario delle contraddizioni economiche insite nella società capitalista. Illuminante è la frase del pugile afroamericano Lerry Holmes: “È dura essere neri. Siete mai stati neri? Io lo sono stato, una volta. Quando ero povero”. Aime risponde a queste considerazioni accogliendole, ma rimodulandole: il razzismo non è solo un prodotto del capitalismo; ha una storia millenaria, uno sviluppo variegato, ramificazioni, deviazioni e grandi ritorni. Attingendo all’istinto, all’indebolimento dello spirito critico, al pressapochismo logico, linguistico, concettuale, il razzismo si offre al capitalismo come un inestimabile ed ulteriore fonte di potere – divide et impera, una volta di più, con una declinazione in più. Mi viene da pensare, quindi, che più che prodotto del capitalismo il razzismo ne sia uno dei più utili e sottili strumenti.

In conclusione alla discussione, si è fissata una tangibile consapevolezza: se è vero che il pregiudizio, la diffidenza, la paura verso “il diverso” non si sono mai spenti, senza dubbio si sta verificando nei nostri anni una regressione verso un razzismo fattualmente e violentemente discriminatorio. Non ci siamo fermati alle barzellette, all’emarginazione, ai luoghi comuni, alla non comprensione, al fastidio, alla superba separazione – ad esempio, nei confronti dei meridionali; siamo andati oltre o indietro, torniamo ad avvallare posizioni che comportano gravi, tragiche privazioni e menomazioni della vita delle persone.

Per noi dell’associazione Cross-point, assistere tutti i giorni a ingiustizie assurde e violente rende impellente la necessità di dirle, ridirle, farle conoscere a chi non sa o non vuole sapere dove portino i proclami leghisti, gli appelli alla “cattiveria” nei confronti dei clandestini, la confusione concettuale e linguistica dei termini in gioco (sicurezza, controlli, permessi, riqualificazione, integrazione…). Non ci stanchiamo di mettere sotto gli occhi di tutti i fatti, ciò in cui, in definitiva, si traducono queste posizioni – il prezzo umano che viene pagato per le nostre comode, ma illusorie ed inutili, percezioni (di sicurezza, di benessere, di superiorità): morti annegati, morti ammazzati, morti di stenti, morti di fame, famiglie spezzate, bambini traumatizzati, ragazzi disperati.

A volte vorrei dire a chi discrimina che il tal ragazzo, sequestrato, terrorizzato, trattenuto in Questura solo per la sua splendida capacità di alzare la testa, è amico mio – che io ho ascoltato le sue paure, la sua disperazione, un’angoscia allo stato puro che noi, angosciati alla seconda, non conosciamo, io ho visto quella cosa devastante nei suoi occhi, il torto, il torto inspiegabile, immeritato, ingiustificabile, io mi sono trovata senza parole alle sue domande, alla sua rabbia, alla solitudine più grande delle nuove amicizie, al suo dolore così giovane e disarmato. Lo vorrei dire per far passare come “migranti”, “stranieri”, “extracomunitari” siano solo parole, veli: si tratta di uomini, senza alcuna retorica, uguali a noi tanto da poter venire in contatto con noi non solo in modo non negativo, ma anzi in modo, spesso, intenso e luminoso. Poi mi dico che questo non servirebbe certo a far capire a chi non vuole che la priorità devono essere le umanità, non importa quanto diverse o di problematica assimilazione per noi; sarebbe inutile, perché chi discrimina è un fondamentalista umanitario, per parafrasare proprio Aime – nel senso che di umanità ne accetta una sola, la propria. In fondo, chi discrimina ha un modello di umanità tanto stretto da comprendere solo se stesso e la propria minima cerchia di famigliari e conoscenti; già i conoscenti meno vicini sono estranei, e gli estranei hanno strane abitudini, strani pensieri. Sono già “loro”.


Parentesi 1: quanti di noi sono stati raggiunti dalla notizia, e hanno riflettuto sul suo senso e implicazioni, che riporta come dal 2011 l’Italia sia tornata ad essere più terra di emigranti che di immigrati? 50.000 italiani se ne vanno, appena 27.000 stranieri arrivano.


Parentesi 2: un migrante chiede se il testo “La macchia della razza” sia stato pensato, nella sua forma semplice a livello lessicale e sintattico, per essere fruibile anche da parte di lettori non italofoni, e Marco Aime risponde che no, che un po’ la semplicità gli viene e che, in ogni caso, anche quando è rafforzata dall’intenzione, non è esclusivamente a beneficio dei migranti – perché si può dire tutto in parole semplici, e spesso chi ne usa di complesse lo fa per non farsi capire: “Scrivere in modo semplice credo che sia un dovere“.


Aneddoto 1: Don Colmegna a Milano trova un appartamento in affitto per una famiglia rom. Quando la famiglia sta per insediarsi, la vicina di casa va loro incontro, si presenta a loro e al prete e mostra il suo sollievo: “Eh, menomale che viene ad abitare qualcuno…sa, qua intorno ci sono gli zingari!”


Aneddoto 2: Marco Aime ha seguito vari studenti che hanno indagato la realtà delle scuole del centro storico di Genova, caratterizzate da una presenza molto alta di alunni extracomunitari. Una delle mamme intervistate dai ricercatori ha raccontato che suo figlio le parlava tanto spesso di un amico chelei gli suggerì di invitarlo a casa, e solo quando lo vide arrivare scoprì che era africano. Suo figlio non aveva mai nemmeno accennato all’origine etnica dell’amico; l’unica cosa di cui s’era lamentato, era che fosse interista…


Aneddoto 3: al mercato di Antignano, a Napoli, sono arrivati da tempo anche dei venditori senegalesi che si sono inseriti fra quelli locali. L’incontro ha dato nuova linfa alla tradizione, tipica dell’Africa occidentale, della parenté à plaisanterie che consiste nell’abitudine, quasi un obbligo, a prendersi gioco l’uno dell’altro senza che sia contemplata la possibilità d’offendersi. Questa pratica è comune fra etnie differenti del Senegal, e permette una sdrammatizzazione delle differenze: evidenziandole, esagerandole e facendosi beffe ognuno delle altrui, si rinsalda ad ogni occasione una parentela basata sull’ironia, su una specie di sarcastica simpatia. I napoletani, veri fuoriclasse dello sberleffo, non potevano naturalmente resistere ai teatrali rimbrotti fra wolof e toucouleur, e così hanno cominciato a sostenere la parte dei wolof coi toucouleur, e dei toucouleur con i wolof, ma il gioco non è andato come i napoletani, forse, prevedevano: i senegalesi infatti hanno presto assunto la parte dei naturali antagonisti dei napoletani, gli italiani del Settentrione, e sbeffeggiano questi ultimi coi tipici argomenti dei “nordici”…e così al mercato di Antignano, oggi, i napoletani si sentono dare dei “terroni” dai senegalesi.


La citazione “colpo di fulmine” (sì, pure questo):

È dura essere neri. Siete mai stati neri? Io lo sono stato, una volta. Quando ero povero [L. Holmes].


Per concludere, un breve focus scientifico perché vale la pena ripeterlo: la scienza ha smontato del tutto il concetto di razza umana, nel senso che l’umanità non è in alcun modo classificabile sulla base di fattori biologici. La nostra specie ha una storia talmente breve alle spalle, e tanto meticcia, che è possibile che due italiani abbiano un patrimonio genetico meno simile che un italiano e un senegalese. I genetisti ci dicono anche che se prendiamo 3 persone a caso nel mondo, esse hanno statisticamente un antenato comune risalente a non più di 3000 anni fa.


Postilla: ecco qualche suggerimento di lettura raccolto durante la serata con Marco Aime.

  1. G. Barbujani, P. Cheli: Sono razzista, ma sto cercando di smettere.
  2. G. Barbujani, L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana.
  3. L. Thuram, Le mie stelle nere. 

 

 

 

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