Rivoluzione oggi

La rivoluzione oggi è soprattutto la fine dell’innocenza. Per la generazione a cui appartengo, nata negli anni ’80, penso che questo sia lo scoglio principale perché, venuti al mondo nel cuore del capitalismo già finanziario, già alla seconda, tutta la strada risultava tracciata: “Non c’è alternativa”, ripeteva ossessivamente Mario Monti al suo primo discorso da premier. Vi ricorda qualcosa “There Is No Alternative?”. Per chi non lo sapesse, TINA era uno dei soprannomi di Margeret Thatcher.

E anche se, per certi aspetti, la società odierna è effettivamente intrisa di egoismo e violenza, essa punta anzitutto ad evitare una certa violenza, la violenza collettiva e dal basso, quella dell’alternativa. Ciò che intendo dire è: la strada che ci siamo trovati davanti era senza dubbio battuta nel segno del moralismo, di un’etica dei “bravi bambini” che al presente ammorba più che mai qualsiasi tentativo di sovvertimento.

I giudizi piovono come mannaie e troncano qualsiasi sviluppo, quando di mezzo c’è la rivolta collettiva e la possibilità di sovvertimento dell’ordine; i se e i ma innalzano mura e scavano fossi, tagliano la strada a ogni senso e impediscono ramificazioni di alternative. Bisogna protestare nel rispetto, nella tranquillità, bisogna evitare di creare disagio (figurarsi danno), bisogna controllarsi e se c’è rabbia, anche giustificata, non è giustificato esprimerla; bisogna moderarsi, bisogna seguire il percorso concordato, bisogna essere concilianti, bisogna aspettare e “lasciar lavorare” chi ne sa più di noi, prima di dare giudizi. Questa è l’etica della responsabilità passiva e volta al futuro – sempre rimandato, un’etica che vuole fare piazza pulita della storia e dell’accumulo di ingiustizie.

Al contrario credo anch’io fermamente, come scriveva Sanguineti a proposito della rivoluzione, che dovremmo anzitutto sentirci in dovere di vendicare i nostri padri, di rendere giustizia alla storia, a quello che è già stato ed è rimasto impunito: tutto ciò che ha ormai definitivamente dimostrato che non esiste il capitalismo buono, moderato, tutto ciò che ha definitivamente dimostrato che bisogna prendere posizione, che essere moderati e concilianti con chi schiaccia o ha schiacciato gli oppressi è un abominio.

Perdere l’innocenza non significa necessariamente passare tutti su due piedi alla lotta armata. Significa capire fin nelle nostre fibre, nei fondamenti più profondi di ogni nostro pensiero, una cosa: a questo mondo l’innocenza non esiste, il buono e bravo non esiste, l’incolpevole non è possibile. Non si può salvare capra e cavoli: la capra i cavoli se li magna, non ci piove; tanto vale ammazzarla e spiedarla subito.

Credo che la rivoluzione oggi sia questo: capire che prendere posizione non è mai indolore, che qualsiasi cambiamento costa caro, ma che più caro e salato è il debito che chi opprime ha nei confronti di chi è stato oppresso, e di chi è oppresso ora.

Oltre ai padri, tocca a noi vendicare anche i nostri fratelli, ora: coloro che oggi crepano di inedia, stenti, discriminazione e leggi, coloro che stentano nell’ombra delle nostre città, quelli che non hanno nessuno a cui chiedere consiglio o protezione, che non hanno la rete della famiglia più o meno amorevole, quelli che arrancano nel fondo di un vizio perché la vita troppo dura da bere liscia va corretta, quelli che stanno scivolando sotto la soglia della dignità e a cui questo brucia di più, perché gliela stanno scucendo via dalla pelle. Innocenti non lo siamo comunque; si deve tentare almeno di essere “non innocenti” utilmente – di non essere ciechi, sordi alla storia, alle proporzioni, al contesto.

Mediazione e conciliazione non sono negative in quanto tali, anzi, sono il tessuto che dovrebbe supportare un’avanzata degli intenti, che dovrebbe fare da base alla difesa e al progresso, all’avvicinamento e all’unità fondamentale della società, ma non possono diventare scusanti per un violentissimo ritiro, per un sottrarsi allo scontro, per un giudizio a freddo dettato da un moralismo perverso e castrante, maliziosamente autorevole.

Rivoluzione è diventare abbastanza grandi da essere pronti a sbagliar, pur di muoversi in nome di chi è oppresso, abbastanza forti da sopportare i dubbi e i dolori, gli scotti personali e di gruppo, abbastanza calmi da superare se stessi, gl’imprinting educativi che ci hanno forgiato come responsabili nullità inoffensive, mute, amabili, colpevoli.

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