Ken Saro Wiwa: la lotta della parola

In occasione della serata dedicata a Wiwa organizzata da Cross-Point e presentata da me e da Doudou Sagnan (qui l’evento) e della lezione all’Istituto Abba, avevo preparato alcuni appunti; li ripropongo qui, seguiti dalle fotografie che avevo selezionato e che abbiamo proiettato a Cross-Point e dalla canzone dedicata a Ken Saro Wiwa dal gruppo Il teatro degli orrori.

Ora vi parlerò di Ken Saro Wiwa scrittore, perché è importante individuare e combattere il razzismo anche nella sua forma culturale.

Se non conosciamo molte grandi personalità extraeuropee non è naturalmente perché ne esistano poche, ma perché l’etnocentrismo è molto forte: solo l’Occidente, pensiamo, può produrre intellettuali importanti; uomini o donne cresciuti senza il nostro tipo di istruzione, di visione del mondo, non possono sviluppare valori complessi e abilità di scrittura.

È un atteggiamento presente soprattutto in Italia e produce molte barriere; pensate solo al fatto che gran parte delle opere di Ken Saro Wiwa non è tradotta in italiano (On a darking plain, Genocide in Nigeria, Prisoner of Jen’s, Pita dumbrock prison, Lemona, Onrica…). Come conoscere altri valori, senza l’accesso ai prodotti artistici delle culture lontane?

Qualcuno di voi potrebbe dirmi che in realtà di romanzi di scrittori non europei se ne trovano moltissimi, nelle librerie, nelle edicole e persino ai supermercati. È vero, ma vi invito a riflettere: che tipo di storie sono? Perché richiamano l’interesse dei lettori italiani? Di solito, questi motivi non c’entrano nulla col valore delle opere, e i casi sono due:

  1. L’autore del romanzo è protagonista di vicende tragiche: il lettore prova ammirazione o compassione per lui, ma non si confronta con il suo pensiero. Spesso questa vicinanza è generata da eventi televisivi piuttosto superficiali; Roberto Saviano ha dedicato un intervento proprio a Saro Wiwa, ma senza spiegare perché Ken è un grande intellettuale.
  2. Secondo motivo: pensate a Khaled Hosseini o alle scrittrici del mondo arabo. Questo è esotismo: si cerca l’ambiente diverso, affascinante, che però resta un fondale statico, non funzionale a esprimere un messaggio. Spesso il lettore italiano, alla fine della lettura, è solo contento perché si sente superiore a mondi descritti come arretrati.

Ora provate a pensarci: quando leggete Calvino o Montale, vi sentite in soggezione già prima di iniziare il libro, perché sapete che sono autori di valore e le loro sono riflessioni profondissime che ci riguardano tutti. Invece, quando leggiamo scrittori d’Africa è già molto se abbiamo un atteggiamento di parità; siamo incuriositi dalle loro storie e non facciamo caso se siano scritte male, o significhino poco. Insomma, non li consideriamo veri uomini di pensiero, d’arte, di politica; per questo Ken Saro Wiwa è oggi, per i pochi che lo conoscono, solo l’eroe ucciso impiccato, un Saviano nero. In realtà è molto di più: è una figura capace di dialogare con gli scrittori occidentali e di aprire le nostre menti.

Allora, riguardo alle opere letterarie non dovete fidarvi di nessuno, né dei professori né degli amici. Dovete prendere un testo e dirvi: vale davvero o è una schifezza? Per capirlo, vi servono dei parametri oggettivi; ad esempio, un’opera è valida se riesce a dirci qualcosa che riguarda ognuno di noi, se ci spiega sentimenti che proviamo ma non capiamo del tutto. È valida se, avendo compreso la storia dei fatti e dei pensieri, può collocarsi nel suo meccanismo e provare, con l’interpretazione che ne dà, a modificare gli eventi.

Per capire se Ken Saro Wiwa è un grande scrittore non fidatevi neanche di me! Metteremo ora alla prova Sozaboy, il suo romanzo più famoso: è stato scritto 1985, e tradotto in Italia solo vent’anni dopo. Io ho trovato cinque prove e ve le accenno:

  1. Lo studio e la scelta della lingua, per far arrivare a tutti un messaggio importante.
  2. La lettura dei romanzi picareschi e la creazione di un picaro che impara da quelli europei, ma introduce aspetti nuovi.
  3. La relazione coi romanzi di formazione.
  4. Il modello che il protagonista costituisce per altri personaggi di scrittori africani.
  5. Il messaggio di lotta al tempo stesso preciso e generale, valevole per tutti.

Vediamo questi punti uno per uno.

Prima di tutto il romanzo nasce da un intento di lingua e di letteratura: Ken vuole scrivere delle opere serie, pensate. Così egli dice: “Sozaboy è il risultato della mia attenzione per l’adattabilità della lingua inglese e della mia attenta osservazione della lingua parlata e scritta di un certo segmento della società nigeriana”. 

La lingua di Sozaboy è infatti un misto d’inglese elevato, inglese con errori e PID-GIN (il pidgin nasce dalla lingua dei colonizzatori, in questo caso l’inglese, semplificata e influenzata dalla lingua dei colonizzati). La stessa parola soza viene dalla storpiatura dell’inglese soldier.
Ken costruisce questo amalgama, che chiama rotten english ossia pessimo inglese, con uno scopo preciso: il linguaggio disordinato mette in scena, rispecchiandola, la società nigeriana allo sbando. La rispecchia anche perché questo modo di parlare deriva da opportunità limitate, da condizioni difficili: “si sviluppa nell’arbitrio ed è parte della società dislocata e discordante in cui Sozaboy si trova a vivere, reagire e non realizzare la sua esistenza”, dice Ken. Per lui l’aspetto della forma è così importante che il sottotitolo del romanzo è “A novel in rotten english”.

È importante anche perché per Ken solo una parola che può essere capita da tutti può diventare azione, può fare qualcosa: “lo scrittore deve essere un intellettuale d’azione, […] capace di stabilire un contatto diretto con la gente attraverso la forza dell’oratoria africana. La parola è sinonimo di potere ed è più incisiva quando è espressa in moneta corrente. Questo è il motivo per cui uno scrittore attivo all’interno di un’organizzazione di massa farà arrivare il proprio messaggio in modo più efficace rispetto a un altro che attenda che sia il tempo a far maturare i suoi incanti letterari”.

Sozaboy è straordinario prima di tutto perché, grazie alla lingua scelta da Ken, noi viviamo le avventure e la scoperta dell’orrore dal punto di vista di Mene: non è Ken, un intellettuale figlio di benestanti, ma Mene, il povero apprendista autista, a soffrire e a narrare. È Mene a rivolgersi ai lettori con formule che creano vicinanza, come “Immagina che realmente in mondo finisce?”, o i vari “Vi assicuro”, “Ve lo voglio dire”, “Come ben sapete”, “Credetemi, sinceramente vostro”, “Non vi dico mica una bugia”. 

Non voglio raccontarvi troppo le vicende che vive Mene sullo sfondo della guerra civile fra il Biafra e la Nigeria, alla fine degli anni ‘70, ma ecco la seconda prova di valore.

Mene è ai margini della società, vive una disavventura dopo l’altra e se la cava a caro prezzo, non riuscendo a evitare botte e soprusi: questo personaggio rientra in una tradizione letteraria europea molto antica, il romanzo picaresco, che nella Spagna del 1500 racconta storie di ladri e finti invalidi, e dei loro imbrogli per sopravvivere. Fanno parte di questa tradizione capolavori come il Don Quishotte di Cervantes o Moll Flanders di Defoe: Ken Saro Wiwa li studia e crea un personaggio che dialoga con gli eroi europei, rispecchiandone alcuni aspetti ma aggiungendone altri, tipici della sua cultura e della sua visione delle cose.

Sozaboy è anche un romanzo di formazione; riprende il tema del giovane che perde la propria ingenuità al primo contatto con la vita reale: Goethe con Wilhelm Meister o Stendhal con Il Rosso e il Nero sono solo due dei grandi scrittori che Ken sicuramente legge e reinterpreta nel suo romanzo.

Quarta prova: il personaggio di Mene è considerato lo straordinario fratello maggiore di una “truppa” di bambini soldato. Prima del 1985, infatti, nessuno aveva considerato degna di essere raccontata in letteratura la realtà di adolescenti indotti ad arruolarsi. Dopo di lui invece verranno altri sozaboy, quello dell’ivoriano  Ahmadou Kourouma, in Allah non è mica obbligato, o il più recente di Iweala Uzodinma, in Bestie senza patria.

Infine, il valore letterario del romanzo deriva anche dalla presenza di un messaggio sociale e esistenziale chiaro, e più preciso di una generica condanna della guerra.

Ken afferma che gli orrori vengono aiutati da piccole e grandi colpe, che non è tutta fatalità: le ruote della macchina della guerra vengono oliate da molti e l’autore li nomina, li accusa uno ad uno, dai piccoli, avidi capi del villaggio, ai comandanti militari di ogni fazione, ai preti approfittatori. Ken Saro Wiwa non dimentica, tra le responsabilità, quella meno evidente: il non occuparsi di ciò che accadrà, il far finta che non accada nulla. Mene dice: “E’ proprio vero, questa gente di Dukana non capisce niente: come possono ballare, cantare e divertirsi mentre c’è questo casino nella nazione? Se non fanno qualcosa per tempo, in questo villaggio succederà qualcosa e quando quella cosa succederà, sarà perché non possono pensare come le altre persone che pensano” (p. 67).

Un punto fondamentale, per finire, è questo: il pensiero di Ken sulla società e il suo modo di svilupparlo nella scrittura sono ciò che lo spinge a prendere una posizione irremovibile nelle sue lotte. Ken Saro Wiwa lotta fino alla morte perché ha capito e scritto: scrivere lo obbliga a lottare. Per questo il grande intellettuale spesso diventa un grande uomo di lotta, e spinge anche gli uomini meno fortunati come Mene, che non hanno potuto studiare, viaggiare, incontrate persone in tutto il mondo, a fare altrettanto: “Non posso mica continuare a pensare a mia mamma e ad Agnes, perché le altre cose che ho visto in questa guerra sono perfino più importanti di ciò che può capitare a me e alla mia famiglia.” 

IN CONCLUSIONE, non ci piace parlare di eroi, come diceva B. Brecht la sfortuna non è di non avere eroi ma di averne bisogno. È però indubbio che Ken Saro Wiwa è stato un grande uomo oltre che un grande scrittore, e a volte di modelli abbiamo bisogno tutti. Meglio allora modelli con un simile coraggio e cuore per chi soffre.

Nella vicenda pubblica che l’ha visto protagonista, a colpirmi sono state proprio le sue parole, che ci mostrano un comportamento lucido, coerente, e quindi del tutto coraggioso. Ken sapeva bene i rischi a cui sarebbe andato incontro coi suoi libri e con le sue lotte, aveva paura e ha sofferto molto durante le sue prigionie. Le sue ultime parole sono state: il signore accolga la mia anima, ma la lotta continua. Il coraggio è questo, aver paura e andare avanti lo stesso, e per questo Ken può esserci di esempio.

Ken ha scelto le sue battaglie fra le mille che una vita piena d’ingiustizie lo chiamava a combattere, ne ha scelte almeno tre:

  • Ha combattuto prima di tutto contro il razzismo, quello interno della Nigeria multietnica, ma anche delle compagnie petrolifere. Infatti per Ken il loro comportamento è intrinsecamente razzista, poiché agli Ogoni Shell & Chevron fanno ciò che non osano fare a nessun popolo della Terra. 
  • La sua seconda lotta è quella contro il capitalismo sfrenato delle multinazionali, che per il profitto calpestano ambiente, tradizioni, legami, producendo danni che sarebbero in ogni caso irreparabili, ma oltretutto senza riconoscere “in cambio” nulla
  • La terza battaglia è quella contro il neoschiavismo moderno: privare un popolo del suo ambiente, dice Ken Saro nell’ultima intervista, equivale a renderlo schiavo.

Tre lotte in una, perché la Shell attua uno sfruttamento schiavistico per ottenere profitti esorbitanti, incurante dei danni ambientali, e appoggia anche volontariamente il genocidio in Nigeria sul popolo Ogoni, sempre per i propri fini economici.

Infine voglio sottolineare che Ken Saro Wiwa ha scelto di condurre la sua lotta in modo non violento e non radicale: è stata la sua scelta, ognuno può riflettere se sia giusta o meno, ma il punto è che anche su questo argomento Ken dimostra di essere un intellettuale profondo. Infatti, si è interrogato in proposito con onestà, affermando: “Sono consapevole che la lotta non violenta provoca più morti di un conflitto armato e questo è per me un costante motivo di preoccupazione”.

Ciò che è impossibile non condividere è la direzione della sua lotta: per le libertà più preziose, contro le disuguaglianze, siano esse originate da odi razziali o meno. Una lotta che per incidere sulle cose non può essere calma e sottovoce, e questo è forse il messaggio più utile per tutti noi: “Oggi siamo finiti in fondo a un pozzo, solo urlando a squarciagola potremo farci sentire da chi vive in superficie”.

Qui la canzone A sangue freddo

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