Trovare la voce: incontro con Gëzim Hajdari

“Parti verso un paese
che non chiama il tuo nome,
ma solo il tuo corpo”.

Poeta italo-albanese di fama internazionale, Gëzim Hajdari fa tappa a Cross-Point portando in dote un gran patrimonio di incroci.

Nelle sue poesie scritte in una lingua e ricreate nell’altra, Gëzim costruisce ponti di cui tutti abbiamo bisogno: se gli italiani faticano ad andare incontro al mondo, i migranti, che si allontanano dalla propria lingua madre e non hanno ancora “in mano” la nuova, rischiano di diventare fantasmi senza voce, vittime di un Occidente che ne vuole solo i corpi e respinge i vissuti.
Cantore della comunanza tra popoli e culture, celebrata in particolare nell’ultima opera Nûr; antinazionalista e visceralmente innamorato della sua terra (tanto da tradurre in italiano, prima uscita dai confini albanesi, gli epici Canti dei Nizàm); intellettuale d’altri tempi o sopra i tempi la cui opera è studiata ormai dall’Italia agli Stati Uniti, Hajdari arriva a Cross-Point!

 

SOMMARIO

– una poesia di Gëzim Hajdari

– un paio di considerazioni sulla poesia di Hajdari

– l’intervista a Gëzim per Flatlandia, programma letterario di Radio Onda d’Urto

– una galleria fotografica con immagini dell’Albania, le stesse proiettate durante la serata Cross-Point

– un video con le foto della galleria e due audio dei tradizionali Canti dei Nizam

 


 

Mia madre mi portava con sé
mentre lavorava nei campi.
Fiabe di cerbiatti e boschi
mi raccontava la mattina sul suolo arato.

Mi posava sull’erba
accanto alle tende dei gitani.
E si perdeva nell’orizzonte
tra le piante verdi di mais.

Dopo il mattino veniva il meriggio
sui campi di spine nere.
Il canto triste della peligòrga
riempiva la valle di suoni.

Lungo era il giorno darsiano
sotto il sole cocente.
Quando piangevo e avevo fame,
mi allattavano le gitane.

Tra suoni e balli di orsi
sono cresciuto negli anni giovanili.
Ciò che ho perso oggi
è la loro lingua magica.

Ancora oggi nel paese
mi chiamano l’amico dei gitani.
Così come il lago attendeva i cigni
Io, le loro bianche tende.

Appena li vedevo in cima alla collina,
impazzito di gioia,
raggiungevo di corsa la valle,
per incontrare la bruna Nejmè.


 

 

LA POESIA TRANS-CULTURALE – QUALCHE BREVE CONSIDERAZIONE SULLA POESIA DI HAJDARI

Perché fra tanti poeti, e poeti migranti di valore abbiamo scelto di invitare Gëzim? I motivi sarebbero molti, ma ho individuato e vorrei tenere come trama un motivo preciso: la sua poesia è un vero patrimonio di incroci. Ecco qualche accenno:

  • insegnare a tutti a sentirsi migranti;
  • rompere i confini e le barriere, pur rispettando i confini intesi come identità di partenza;
  • fare poesia come opposizione al potere, come contro-potere per togliere terreno al potere, che usa le parole per discriminare;
  • esaltare le nostre origini meticce, di europei che sono per eccellenza un continente misto, perché la singolarità, la purezza sono disvalori sterili.

Per approfondire, direi che il primo incrocio è la lingua, perché Gëzim scrive le sue poesie prima in una lingua (e a volte è l’albanese, la lingua madre, a volte  l’italiano che lui chiama lingua paterna) e subito le riscrive nell’altra. Non c’è quindi una traduzione, ma una nuova creazione, un circuito aperto di scambi continui. Tra una lingua e l’altra, per ogni testo, Gëzim compie un viaggio e per questo, più che di bilinguismo preferiamo parlare di lingua doppia. Questa lingua doppia rispecchia un assunto che Gëzim ribadisce spesso: la singolarità è un disvalore, mentre solo la pluralità può far nascere nuovi significati. Ed è chiaro che nessuno meglio dello scrittore migrante può forzare le lingue, aprire le barriere fra esse.

Abbiamo parlato di lingua doppia, ma essa non è una ricchezza già pronta da utilizzare, è da conquistare, e prima di servirsene un migrante, e un poeta migrante ancora di più, rischia di non averne nessuna, di perdere anche la propria. Fra la lingua di partenza e quella d’arrivo, infatti, c’è l’afasia, il non saper parlare. Questo è un aspetto che Gëzim ha approfondito molto, e non credo sia solo un discorso linguistico, tecnico. Infatti sappiamo che la parola è molto di più di un suono, e nella poesia di Hajdari un tema che ricorre quasi ossessivo è quello del nominare le cose, non solo per chiamarle, per parlare, ma per farle esistere: avere una voce significa creare la realtà, altrimenti la realtà e le persone rischiano di non esistere per come le intendiamo noi; le cose, le persone, se noi non possiamo parlare le creano gli altri. E chi nomina le cose, chi sono i soggetti che definiscono? I poteri – la politica, l’economia, le istituzioni. E pensiamo invece a chi sono le persone per eccellenza invisibili, oggetto di definizione solo negativa: i migranti soprattutto se clandestini – e perché? Perché i clandestini, solitamente, non hanno una voce: non vengono intervistati, non hanno modo di raggiungere gli altri con le loro visione delle cose.

Per collegarci ad un fatto a noi vicino e caro, sono certa che la vicenda della gru ha scandalizzato molti bresciani soprattutto perché dei clandestini si sono resi visibili, e dalla gru hanno usato la propria voce: sono usciti dal rischio di restare senza una lingua e hanno nominato le cose – la sanatoria è una truffa, i clandestini sono persone, i diritti sono di tutti.

È chiaro insomma che i migranti devono trovare una voce sia per sé, per diventare soggetti e non lasciarsi definire come oggetti negativi, sia per la comunità, perché portano punti di vista alternativi preziosi.

Definire la realtà secondo la propria visione del mondo è quello che fa il protagonista dell’ultima opera di Hajdari – Nur, Eresia e Besa. In essa Gëzim mette in scena un dramma transculturale: un poeta, diciamo sovversivo, tenta un gesto di unione fra i popoli, ma viene frainteso e ucciso. In questa trama Gëzim fonde tradizioni, valori albanesi e italiani, e l’aspetto migliore è che in nome di una più stretta comunanza fra i popoli rimette in discussione gli uni e gli altri.
Solo per fare due esempi: la narrazione è retta dal concetto di besa, la parola data da rispettare, ma mentre per molti albanesi essa è un dogma, Hajdari la declina a seconda del tempo e della situazione – pur senza cancellarne la storia. Allo stesso modo si rimette in discussione un valore cardine della società d’arrivo, quella italiana, quale l’indiscutibilità, l’intoccabilità dei simboli religiosi (come il crocefisso), che invece il protagonista vorrebbe utilizzare in modo attivo e positivo, come oggetto di confronto, di scambio e vicinanza.

Vorrei sottolineare infine un ennesimo incrocio delle poesie di Gëzim, che fondono lirismo e grande concretezza, e ci danno spesso quadri molto realistici della vita quotidiana di un migrante in Italia. E’ di fondamentale importanza consolidare questa unione, perché nella migrazione spesso vengono cancellati dalle necessità, spesso proprio di sopravvivenza immediata, tutti gli aspetti artistici e culturali che ogni persona porta in Italia.


 

Per ascoltare la mia intervista a Gëzim per Radio Onda d’Urto, clicca qui!


 

Qui il video con i Canti nei Nizam com’erano al tempo dell’occupazione turca, ossia cantati.


 

Infine, ecco la galleria fotografica!

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