Non vogliamo chiedere

Mi inoltri richieste, mi informi di referendum, lettere, interrogazioni a politici, ministri, industriali: chiedere, sperare, aspettare.

Non firmo nulla, non sottoscrivo nulla.

Non imploro, non spero, non aspetto.

Quello che voglio lo sto strappando al buio con lo sguardo fisso nel buio, e non mi aspetto che il buio mi conceda nulla, magari perché sono un bravo bambino.

Quello che voglio, che ritengo sia giusto, lo sto scrutando io, in un’equazione di ecografie in serie – occhi, storia, calli sulle mani, piazze, schiena curva, emicrania, terrori.

Quello che ritengo sia giusto non aspetto che me lo dicano un codice, uno scettro o uno strumento scientifico.

Quello che voglio vedere realizzato, pietra su pietra, per me, per la mia ristretta cerchia di amori e per la mia allargata cerchia di amori, non lo voglio elemosinare a chi vuole usare le stesse pietre per costruirmi una prigione intorno, o una scuola di pagelle d’oro.

Quello che voglio vedere realizzato, pietra su pietra, non lo voglio elemosinare a chi la stessa pietra la addita a corpo del reato, se la prendo in mano io perché il mio amico non è una pagella d’oro ed è scemo e sporco, a chi, ancora prima che io abbia usato la pietra per scolpirla, lanciarla o baciarla, è già pronto a chiamare me folle e lui colpevole, me problema e lui problema, me nemico e lui sacco di merda e d’intralcio sul campo di battaglia.

Allora, battaglia?

Tu non lo sai perché sei per forza pacifista, e scrivi lettere per chiedere e pregare, mentre io chiedo a me se un generale possa non essere pacifista.

Tu non lo sai perché sei buono, e scrivi lettere per interrogare e chiedere, e io m’interrogo s’esistano uomini cattivi.

Tu non lo sai perché preferisci la calma, e scrivi lettere per pregare e chiedere, e io prego me stesso, perché anche se non credo in me stesso l’uomo è tutto quello che ho.

E io, l’uomo, voglio vederlo.

E io, per l’uomo, vivo.

E quello che voglio non può aspettare, perché io muoio mentre i secondi d’ingiustizia corrono come lancette di morte per chi muore più di me.

Quello che voglio lo voglio prendere, strappare a quelli che già l’han tolto a intere viscere, intere mani, interi occhi, interi cervelli e pelli umane buttati nelle fogne – perché l’odore di fogna infastidiva i loro pappagalli da passeggio, o perché i loro pupazzi nella carrozzella avevano bisogno di una copertina.

Quello che vogliamo se ne frega delle tue lettere, e disegna le orme: una vicina, l’altra dopo, sempre più avanti, oltre la porta, oltre la strada, oltre i palazzi, oltre le targhette, oltre le porte, sulle scrivanie.

Quello che vogliamo lo cerchiamo come bambini – proviamo a camminare, cadiamo, riproviamo, ci cadiamo addosso, riproviamo.

Cadiamo, e forse tu che mandi lettere lo trovi vergognoso, ma è meno vergognoso e inutile che chiedere al tempo il permesso di inoltrargli una richiesta, una preghiera balbettante: che si scambi con te, per favore, e gli dai del lei.

Le cascate d’istanti, e forsennate ricchezze, i debordanti arcobaleni di “di più”; queste cose, non ammettono complicità o scambi: noi vogliamo afferrare le loro code, e barcollanti trascinarle nel fango.

Da dove tutto e tutti possono costruire, costruirsi, essere costruiti, e distruggere, distruggersi, essere distrutti, e difesi, difendersi, difendere, con le mani e nient’altro, con le mani libere.

Qualcuno ha più paura, qualcuno meno, ma sappiamo dove vogliamo arrivare: vogliamo tutto, lo vogliamo subito, lo vogliamo con gl’interessi.

 

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