Il temibile cambio delle librerie anno domini 2019

Il “cambio degli armadi” quest’anno è stato particolarmente intenso – anche perché ho montato accessori aggiuntivi all’interno del guardaroba e, guidata dal mio spiccato senso pratico, l’ho fatto dall’alto in basso…per montare l’ultimo cassetto ho dovuto rispolverare le mie doti da ginnasta e, nei giorni successivi, impaccarmi i gomiti di Lasonil. Ma chi avrebbe immaginato che la trasmigrazione dei vestiti non sarebbe stata nulla in confronto al temibile “Cambio delle librerie”? Continua a leggere

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Per fortuna o purtroppo, LO SONO!

Un giorno, la psicologia e la psicologia sociale, la storia, l’antropologia, la sociologia illumineranno le ragioni e le modalità di inoculazione di questa psicopatologia contemporanea – intendo il devastante e frainteso “malcostume” per cui le radici della propria comunità vengono derubricate ad astrazioni, sovrastrutture, opzioni nocive e indesiderabili per l’individuo, e non considerate per ciò che sono, ossia un dato, un fatto – un fatto composito, con elementi positivi e negativi; un fatto storico, in evoluzione, e vario; un fatto che esiste indipendentemente dalla nostra volontà e dal nostro sentire (“io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo LO SONO“).

Pensare o desiderare “liberarsi” dall’appartenenza nazionale, o locale, è non solo impossibile, ma insensato, immaturo, ingenuo e malsano, nonché moralmente meschino, al pari del pensare di liberarsi della propria identità individuale (e non apriamo questo capitolo, perché, in effetti…) Continua a leggere

Quando ti blasta anche l’INPS

UTENTE: “Non riesco a recuperare il PIN”
INPS: “Basta andare sul sito. Oppure è troppo impegnata a farsi i selfie con le orecchie da coniglio”
ALTRO UTENTE: “Questa pagina mi regalerà grandi emozioni”
INPS: “Dici?”

Ma stiamo scherzando?
INPS per la Famiglia” è la nuova Pagina che blasta la gente?

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La favola di Greta

In questi giorni ho cercato di apprendere qualcosa dal “dibattito” sul clima. Davvero, ci ho provato, perché ammetto che di ambiente mi sono sempre interessata poco (per interesse intendo un impegno serio), e volevo cogliere l’occasione per capirne qualcosa.

Il problema però sapete qual è stato? Che nel “dibattito” di questi giorni il clima non c’entrava per nulla, come quando si tratta di immigrazione non c’entrano nulla, nella maggior parte dei casi, gli immigrati e le reali condizioni loro, dei Paesi di partenza e di quelli d’arrivo.

All’80% delle persone, infatti, importa solo di Greta (come importa solo del “diritto a emigrare”): Greta, Greta, Greta. Se a questo “dibattito” si toglie, per un secondo, Greta, non resta nulla. Per moltissime persone Greta, come il “diritto ad emigrare”, è un santino, una specie di concentrato psico-antropologico, una chiave d’emergenza che permette di rifugiarsi in una “realtà” parallela.

Una realtà nella quale non esistono regole spaziali, temporali, di causa-conseguenza, dove non c’è un contesto, né interessi contrapposti, complicazioni, responsabilità, smentite o sfumature. Una realtà infantile, regressiva, immatura in modo francamente imbarazzante, occupata solo da “buoni sentimenti”, speranze, convinzioni idealistiche (paralleli e parziali, ovviamente). In pratica, si tratta in tutto e per tutto di una favola. Continua a leggere

Preterizione europea

Se dicessi qualcosa ora su Verhofstadt, sulla fondatezza logica, politica, economica, storica di quanto ha detto;

se dicessi qualcosa sulla mistificazione della situazione venezuelana (indicibile) o delle pressioni russe;

se dicessi qualcosa sulla superficialità e presupponenza delle sue parole, per non dire della buecornutaggine del suo discorso sul “burattino”;

se dicessi qualcosa sull’antidemocraticità totale sua e delle Istituzioni che rappresenta, o sulla mancanza di rispetto verso un uomo, una carica e il popolo che lo ha votato, votando i partiti vincitori delle elezioni libere e democratiche di un anno fa (un popolo fatto di carne, non di idee da usare per farsi belli col grand tour; un popolo fatto al 99% non di geni, che poi di certo non sono Monti e la Bonino, o deficienti, ma di persone reali con bisogni normali, portatori di diritti e dignità in quanto tali);
se dicessi qualcosa anche su chi, magari italiano, lo appoggia incondizionatamente, spero per ignoranza e superficialità perché altrimenti è consapevole classismo, razzismo (anzi auto-razzismo, “cittadinanza del mondo” permettendo) e liberismo, credo che mi esploderebbe il cuore dal dolore.

È da melodramma, una simile espressione. Ma così è.

Mi fa male il cuore da anni, ormai, nel sentire a quale livello intellettuale infimo si (o non si) svolga il dibattito, che sarebbe sacrosanto, sull’Unione europea;

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Risposta tedesca

Rispondo ad un commento in facebook, qui.

Con ordine.

[se trova il mio contributo troppo lungo e approfondito, può gettare la spugna; non mi dica però che “non serve tutto questo parlare”. O le cose si affrontano seriamente, per quel che ognuno può offrire al dibattito, o si ammette, pacificamente, di voler scrivere sui social qualsiasi convinzione ci passi per la testa senza essere contraddetti. Veda lei].
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  1. “Senza tirare in ballo Marx”
    Fare questa affermazione in faccende di politica economica è come dire “senza tirare in ballo Omero” parlando di letteratura greca, o “senza tirare in ballo Einstein” parlando di fisica.
    Ora, ultimamente è molto di moda tirare in ballo solo gli esperti che fanno comodo, e buttarla in “discussione da bar” nel caso contrario, ma se vogliamo essere seri e non solo dare aria ai denti non si può prescindere dai fondamentali – e guardi, non serve essere marxisti e pensare “se l’ha detto Marx è sacro”. Ma le sue analisi, come quelle di altri economisti e pensatori maggiori, sono la base imprescindibile da cui partire per confrontarsi – può citarmi altri teorici, altre letture, altre posizioni. Ma non si può prescindere dai seri fondamenti di un argomento. E guardi che io sono tutto meno che espertissima, ma ripeto: capire i fondamenti delle posizioni dei maggiori pensatori sull’argomento non è un optional, se si ritiene di doversi esprimere in merito – e mica è necessario esprimersi.
    .
  2. Germania, lato economico.
    Che uno Stato, come appunto la Germania, possa offrire buoni stipendi è ovvio e ininfluente ai fini del discorso generale; dire invece “so che ha buoni stipendi perché ci vivono miei amici” va oltre, è assurdo e strumentale. Anche il Burundi offre stipendi stellari all’1% dei lavoratori: quindi, in Burundi gli stipendi sono alti? È invece necessario considerare le condizioni medie e generali.
    Lasciando quindi perdere “i miei amici”, guardiamo a come la Germania ha affrontato la crisi: la Germania ha attuato politiche sleali e aggressive di esportazione massiccia (non lo dico io, ma i dati, che mostrano quanto la Germania violi le stesse regole europee che pretende di imporre agli altri Stati), comprimendo contemporaneamente salari e diritti dei propri lavoratori.
    Occupiamoci soprattutto di quest’ultimo aspetto, che si ripercuote più direttamente sui singoli cittadini – perché se “un’economia cresce” (servendosi poco o tanto di pratiche sleali e vergognose, come far prestiti alla Grecia a condizioni di usura e inserendo fra le condizioni l’acquisto di aerei militari made in Germany), non è detto che questa “ricchezza” sia equamente distribuita e quindi sia un dato reale per molti.
    Un quarto dei dipendenti tedeschi, parliamo di 8 milioni di persone, percepisce meno di 1000€ al mese, spesso nemmeno 500€. I cosiddetti minijob, che nei casi limite “rendono” al lavoratore ben 2€ all’ora, sono diffusi soprattutto nella Germania Est – alla faccia della caduta del muro e del “sogno capitalista”.
    Ma i salari tedeschi, in proporzione fra i più bassi d’Europa, non riguardano solo i poveracci senza competenze di cui il meraviglioso mondo progressista si disinteressa totalmente (sono ignoranti, votano Brexit, sono razzisti…): “La differenza tra i salari in Germania e Ue è evidente anche tra chi è “medium skilled”, persino tra chi le ha più alte competenze, ed è particolarmente evidente tra le donne ancora più che tra gli uomini“. Continua a leggere

Il limite

L’altro ieri ero al bar, a leggere il “Giornale di Brescia”, come faccio spesso.

Di solito leggo solo cronaca locale, iniziative in città e sul Sebino. Evito accuratamente le “analisi” di politica o economia nazionale o internazionale.

Ma l’altro ieri non ho potuto evitare di leggere l’articolo di Angelo Santagostino. Per chi non lo sapesse (io non lo sapevo), si tratta dell’opinionista economico del GDB, che insegna economia ad Ankara – una cattedra che fa parte della “rete” Jean Monnet, che si propone di promuovere l’UE a livello globale (e già qui, che ci siano cattedre tanto schierate, come se l’Ue fosse sinonimo assoluto di progressismo, dovrebbe far incacchiare molto più di quanto vedo in giro).

Per farvi un’idea delle posizioni del professore, qui trovate un terrorizzante appello firmato dal nostro, insieme a degni colleghi, sul “Sole 24 Ore” – vi dico solo che, tra i 15 punti, c’è un caldo invito che sa di comando, affinché i Governi “rafforzino” il pareggio di bilancio in Costituzione, e incentivino la flessibilità lavorativa. Evabbé.

Ma tornando all’articolo: dal titolo, ai toni usati, alle “argomentazioni” totalmente irreali, tutto, tutto era strumentale a incutere terrore nel lettore, a estremizzare, a fare pensare che NON ESISTE ALTERNATIVA. Fuori dall’UE, che secondo i suoi ultimi, ma lanciatissimi sostenitori, è necessaria e certa come solo la morte, c’è LA BARBARIE. Continua a leggere

Quando sei amato, non puoi più nasconderti

Oggi ho pensato una cosa.

Quando sei nato non puoi più nasconderti” è incorretto, perché pur nati ci si può nascondere eccome, in mille situazioni.

Nella solitudine puoi nasconderti – puoi raccontarti di essere meglio o peggio di quel che sei, puoi esercitare fantasia, ritrosia, evitamento. Puoi passare dal senso di onnipotenza a quello di nullità: in ogni caso, eviti la realtà.

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Riscoprendo le radici: Brescia, il dialetto…e un appello

Due circostanze mi hanno spinta al lavoro epico e comico che fra poco vi illustrerò: anzitutto, la conoscenza di una nuova amica partenopea, e la voglia di trasmetterle quel poco retaggio culturale locale che ci resta; in secondo luogo, la visione di questo video.

Durante un’intervista, infatti, De André invita a conservare le peculiarità delle nostre radici più “provinciali” e piccole, non tanto come gesto nostalgico, ma come consapevolezza d’identità, e come ancoraggio contro un mondialismo senza senso e scrupoli, che ci vuole tutti uguali e tutti isolati per fare, del nostro patrimonio economico, paesaggistico, culturale, un grande business.

Nelle sue parole è chiaro che per essere davvero “cittadini del mondo”, nel senso di persone aperte e rispettose degli altri, occorra essere prima “cittadini di qualche parte.”

Fatto sta che stamattina mi è venuta voglia di andarmi a ricercare una piccola chicca, ossia gli aggettivi bresciani “cantati” da Charlie Cinelli – circa 10 anni fa li feci ascoltare ai miei amici Erasmus, provenienti da ogni parte d’Italia, e questo ci portò a discutere e ragionare su come il dialetto racchiuda e sprigioni l’anima di un popolo, di un luogo, anche a causa della sua maggiore vicinanza alla vita concreta, alle stagioni, ai mestieri, rispetto ad un’italiano che, per quanto splendido, è nato come lingua letteraria e colta.

Solo una parentesi, scontata per chi ha fatto studi linguistici o anche solo letterari, ma non così nota e invece importante. Per i linguisti, non esiste nei fatti alcuna differenza fra lingua e dialetto – ogni lingua ha differenti piani, alcune sono più “complesse” e articolate in un aspetto, altre in altri (anche se chi studia il finlandese coi suoi 17 casi ha spesso da ridire…).
In ogni caso, è famosissima la definizione resa celebre dal linguista Weinreich: “Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina“. Insomma: tra lingua e dialetto l’unica differenza è che la prima ha “vinto”, guadagnando istituzionalità.

Ma per tornare agli aggettivi locali, il problema è che, come per molti nati dagli anni ’80 in poi, il mio bresciano è solo passivo e non attivo – cioè capisco abbastanza bene il dialetto, ma lo so parlare quasi nulla, e comunque lo “maneggio” male.

Per questo mi serve il vostro aiuto, ed ecco il mio appello al popolo bresciano: contribuite, coi tempi e modi in cui riuscite, a questo piccolo bestiario di aggettivi, a questo rosario di “perle” popolari. Potete farlo in 3 modi:

  1. Aggiungete aggettivi o modi di dire che non ci sono nell’elenco che ho raccolto qui sotto, o ditemi pure i vostri preferiti, o quelli che i nonni vi dicevano più spesso (nel mio caso erano felepa e fretola!)
  2. Se lo conoscete, scrivetemi il significato degli aggettivi indicati con ? – ?; spesso si tratta di parole di cui conosco il significato letterale, ma non quello metaforico
  3. Se li conoscete, confermate o correggete la grafia e il significato di quelli che non ho mai sentito e non ho proprio idea di cosa diavolo siano (indicati con ?! – ?!)(anticipo che non ne so nulla di trascrizione fonetica del bresciano…quindi perdonate errori e se volete suggerite correzioni!)

Ovviamente la mia idea è goliardica e leggera, ma credo possa essere uno spunto in più  per non perdere quel poco che ci resta di brescianità – un’identità maltrattata, fraintesa, svilita rispetto a una presunta italianità (o addirittura europeità…) più di moda, moderne e “avanzate”

Un’identità che però, fortunatamente, per molti di noi ha ancora un senso, un profumo di autenticità, e che qualcuno sta riscoprendo in vario modo.

I primi a venirmi in mente sono i bravissimi  Roberto Capo ed Enrico Fappani, che sulla pagina facebook “Ch’El chi ch’el l’è” raccontano, in video chiari, divertenti e approfonditi, storie bresciane poco note spesso ai bresciani stessi, e tanti “spifferi” della nostra città e provincia.

Ma vi posto anche due video, e parte del testo (traduzione mia), di un gruppo che ho da poco scoperto, e che vi consiglio: i Dellino Farmer!

Quando parlo, parlo bene scandito in dialetto;
poche storie, l’italiano è per i fighetti […];
le parole sono importanti come dice Moretti
soprattutto se le dici in dialetto!

Da Sarezzo a Calvagese
il dialetto è proprio quasi lo stesso,
lo parlano anche gli stranieri
e se han caldo dicono che han caldo fess […]

Ogni paese un castello, ogni festa un bordello;
passa da Barbariga e fanno la sagra del casoncello,
è roba importante, la mille miglia a Brescia,
Arnaldo che dall’alto vigila su tutta la piazza;
Le vigne in Franciacorta e gli ulivi sul Lago di Garda,
questa è una terra calda!

Da Fiesse a Ponte di Legno, da Pontoglio a Sirmione,
dalla neve dell’Adamello alle spiagge col sole;
ci sono le Alpi e le pianure, ci sono i laghi e i borghi,
con un po’ di sfumature, ma parliamo lo stesso dialetto!

Sono tante le parole belle da imparare
quando parlo con i vecchi dei paesi lontani,
con la ö, con la ü a portata di mano
la mia bocca le mastica come un pezzo di pane. […]

Sono tante le parole del dialetto nostrano,
te le dico perché spero di sentirle anche domani […].
Con la ö, con la ü, non me l’ha insegnato la Merkel,
io parlo come mangio e non ne ho di tempo da perdere,
ö, ü resta il grido di battaglia
de la gente che come me ha addosso ancora il cappello di paglia
e parla ancora dialetto, è nemica del fighetto […]
ma c’è in giro tanta gente che non ha ancora capito un cazzo,
“pota” con la dieresi è tua pöta [zitella]

(altre canzoni:
Come i Panda;
Sanc e sudur;
M.V.D.L.B, cover di “Vengo dalla Luna”;

Da parte mia, oltre a questa piccolo articolo, dedicherò qualche ora a studiare il dialetto (esiste un dizionario bresciano-italiano: qui la versione online!), posterò magari qualche nota, e se mai diventerò insegnante qualche momento di brescianità lo infilerò sicuramente nei rigorosi piani di studio europei.

Grazie a tutti quelli che vorranno in qualsiasi modo contribuire, o anche solo leggere, divertirsi e pure un po’ emozionarsi.

G.

AGGETTIVI BRESCIANI

 

A
aca màta
àdagnàro
àsen
algerìno
? animàl de fòs ?
? articiòc ?
? angüria ?
?! abebepa ?!

B
banàna
baihù
balabiòt
belelò
bihölc
bàmbo
bidù
bocaciù
bìgöl
brighèla
bafo
barbèl
bresàola
becafìc
babào
? böba ?
? borelòt ?
? bregnöc ?
? bùh de caèch ?
? baharöl ?
? barbastràha ?
? boràcia ?
? barbàia?
?! bofandàren ?!
?! buchìna de mpiöm ?!

C
ciàncol
culatì aleghèr
crapù
còdebò
cöla
cavrù
cèhö
coiò
cocòmer
canchèr
ciciarù
conèc
ciapahorèc
cicianebìa
? codefazòl ?
? caaspì ?
? canarì de stàla ?
? canèl ?
? cornasèl ?
? cöpacaài ?
? cataragàie ?
? ciciabàfi ?
? carlù ?
? cönsömat ?
? ciciamintìne ?
? ciciamòhei ?
? ciciamuhègn [de ‘n ozèl de Sèrle] ?
? ciegòt ?
? caèch ?
? cagnì pomèr ?
?! còda de garì ?!
?! cülembregiàt ?!
?! canilùpo ?!

D
degrasiàt

E
encülat de’n tèta
empestàt
empatenàt
embreagù
enhiminìt
endormèt
empedìt

F
felèpa
frètola
faciadecül de càdecàcia
furbacì
finèha
fülmen
? fahindìna ?

G
gnàgno
ghè riàt marcòni
gnorantòt
gàt de màrmo
golaciù
grandilgiù
gnòco
giupì
? gulìa ?
? gasulìna ?
?! grandesciào ?!
?! gröspèc ?!

H
haiòt
hachelöt
höpa
hichèr
hàgoma
hücù
he ta hèt endré
hubiòt
hindèc
hemmiòt
hòrga
hurighì
? homèha ?
? haltarèl ?
? hùbia la ìda ?
? hànfa de gàlina ?
? hambüc ?
? hürlo ?
? hönal ?
? hapù ?
? hanfugnì ?
? hì de còrsa ?
?! hèto de fighèt ?!
?! hebòrgol ?!

L
lecatitìne
lazarù
lecalàpidi
lèlo
làatif
? löganega ?
? limù ?
? lüstratùbi ?
?! latìna möorta ?!
?! lingirù ?!
?! laahòca ?!
?! löndenù ?!

M
manzöl
maiamohche
maiacamòle
maiahchète
maiapitüra
mostahù
macù
menelào
müradur
macàco
materialòt
malnàt
mpuhtùr
mirindìna
maltratenhèma
merdulìna càlda
mirdìna
muhignì
muhignù
marhù
meza sega
malmadür
malhagomàt
malmustùs
mamào
montagnì
madunìna nfilzàda
? maghèla ?
? maiacoriàndoi ?
? marzùlo ?
? menaturù ?
? möhàciù ?

N
nicodemo
nihù
nöna
ndrehabanàne

O
oc
orècia
ombrèla
?! orghen de trèt ?!

P
pestacàche
pàevòlpe
pastìna
pantalù
peòt
peciòt
pìcio de pèha
pistrìciol
papào
pèpia
petòc
pèndol
pipaurtìghe
pipaspesìe
pandòro
pàcio
porhèl
papamòla
paiàho
pelandrù
pulintìna
padilù
pondòr
pelahòrge
pederhèm
piögia
pulpitù
pagnòca
polàster
pihù
pipiulìna
? papàno ?
? parolòt ?
? panàda ?
? pampìgola ?
? petècia ?
? peìda ?
? patöla ?
? palpapòle ?
?! poleambòl ?!
?! pelagàl ?!
?! pelabròc ?!
?! pròcete ?!
?! pirìna mörta ?!
?! pulìa ?!

R
rafanàt
respurchì
rubiulìna
rahèga
? ridilù ?
? redabòl ?

S
spacigù
slambròt
slandrù
smerdù
spihigafumìghe
scorezabutù
strahafìghe
scaalcafòs
sterlöc
strahù
sciènhhha
svelöp
sbindù
svergòl
scurizù
scolegàt
scrucù
spacabàle
? snasagòme ?
? sparnegabrògne ?
? sgnagnagròp ?
? sgnagnavècie ?
? snetapolèr ?
? scaalcapöce ?
? scarfòi ?
?! straecabròt ?!
?! scorèza mpanàda ?!
?! schenafalàda ?!
?! schitù ?!

T
tuntugnù
titìne
titì e marèna
tolòt
tridacapèle
torcòl
tastapìci
testìna
triangòl
tartarüga
? taelöt ?
? tambàler ?
? taramòt ?
? tanganèl ?
? tamarìndo ?

V
virdürìna
vilàn quàder

 

 

 

 

 

 

 

 

Allarme fascismo!

Post estemporaneo

 

Ma perché, in un’epoca in cui al primo soffio di vento si grida al fascismo, non è considerato, dalla stesse forze “di sinistra”, pericolosamente fascista (o almeno dittatoriale) anche solo ipotizzare una restrizione del suffragio universale fondamentalmente per censo?


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NB1: ho come il sospetto che il punto non sia, come si indica ammantandosi di somme preoccupazioni progressiste, “l’analfabetismo funzionale”, l’ignoranza, la suggestionabilità degli elettori “di serie B”.

Penso che a molti, e purtroppo molti “di sinistra”, stia sul bip non che il popolo voti ignorante, ma che voti diverso da loro – e che, QUINDI, sbagli.

E questo atteggiamento sarebbe già un problema di democraticità di per sé, perché va a squalificare, delegittimare ciò che è la base della democrazia, cioè l’altro, che ha posizioni altre, con le quali si deve ed è sacrosanto che ci si confronti.

Se poi si va nel merito, la maggior parte delle posizioni tacciate di “ignorantismo” (penso alla Brexit, al “casus belli” Mattarella vs Savona, alle varie critiche all’UE) sono in realtà opposizioni ad un modello di capitalismo e liberalismo sfrenato che, 2+2, schiaccia le classi inferiori.

Insomma, se esiste ancora un barlume di orizzonte, di visione del mondo che si richiami al concetto di “sinistra”, questo, soprattutto o quasi solo questo dovrebbe essere considerato il pericolo fascista: l’attacco continuo ai ceti popolari che votano diversamente, e non per ignoranza (non così automaticamente!), ma alla disperata ricerca di posizioni non per forza giuste in toto, ma che tutelino la residua dignità di una classe sociale che ormai non è più nemmeno proletariato, ma un sottoproletariato sbandato, diseredato, negato, del quale fanno parte fette sempre più larghe di italiani.

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NB2: ribadisco. Non capisco cosa c’entrino eventuali problemi di ignoranza, di sacche di scarsa educazione, di deriva morale, col suffragio universale. Ma questi votano! Eh, e quindi? La soluzione è privarli del diritto di voto (e magari della patria potestà) o andare alle radici del problema?

Il punto è sempre e solo uno: ciò che si vuole.

E, a quanto pare, a sinistra si vuole una società di illuminati, progressisti e mondialisti (col bip degli altri); non una società di individualità, anime, interessi diversi, dotati il più possibile di ogni strumento, intellettuale e morale, per la realizzazione di un “bene comune” da costruire con la pur faticosa concertazione, col compromesso, con il dialogo.

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NB3: che poi, fa veramente ridere quanto questa situazione richiami l’evangelica trave rispetto alla pagliuzza.

Sono forse automaticamente razionali, superiori, inattaccabilmente “giuste” le posizioni opposte? Essere pro-UE, contro la Brexit, o pro-VAX, e nei modi in cui abbiamo occasione di leggere, è forse meno frutto di suggestione o di analfabetismo funzionale?

Quanti, fra chi sostiene l’UE, si sono letti i trattati europei? Quanti, fra i contrari alla Brexit, hanno sviluppato la propria idea indipendentemente dal martellamento mediatico terroristico (mancava solo predicessero, i media, cavallette maremoti e pioggia di fuoco in caso di uscita)?

Per dire: a me preoccupa molto di più che voti una sgallettata mondialista che idolatra la Bonino, magari perché “l’Erasmus e 60 anni di pace e l’Italietta della liretta” (dico sgallettata e non sgallettato perché ho in mente la persona, eh).

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NB4: questa attitudine, infine, sembra rivelare un’ignoranza molto più grave di tutte quelle, vere o presunte, che mette sotto accusa. Cioè, quella di credere che educazione, cultura, conoscenza siano formazione “a ciò che è giusto”, e non formazione “al dubbio”.

Davvero, pensare che sui vaccini, sull’UE, su qualsiasi tema esista una posizione ontologicamente santa e giusta, da portare in giro per evangelizzare tutti, per convincerli, per rivelare loro la verità e condurre il mondo verso un progressivo luminoso orizzonte perfettamente giusto (senza problematizzare, senza domandarsi, ad esempio, “giusto per chi?”, senza contesto, senza paragoni, senza usare paradossi, senza mettere queste convinzioni alla prova), è una sorta di corollario al teorema dell’analfabetismo funzionale dei poveri – un corollario altrettanto pericoloso, altrettanto “fascista”.

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Ecco, nel complesso questo sentirsi automaticamente, al 1000%, irrimediabilmente, inattaccabilmente dalla parte giusta, questo è un rischio anti-democratico – perché l’altro finisce, senza possibilità di appello, dalla parte sbagliata: un sotto-uomo, un ignorante, un senza morale, qualsiasi argomentazione, magari molto più razionale e meno suggestionata rispetto alla nostra proponga. E se prima non ci si rimette in discussione su questo, non sono disposta a sentir parlare di alcun rischio di fascismo.